Conoscere per ricordare: in ricordo delle stragi nel nostro territorio (5^ D Liceo Linguistico)
A seguito di un percorso sulla memoria storica locale trattato dalla prof. Mannari, la classe VD si è recata in visita nei luoghi delle stragi nazifasciste del nostro territorio: Niccioleta, Castelnuovo Val di Cecina, Riparbella, Guardistallo, tutti paesi al centro di feroci eccidi, che però sono stati presto dimenticati da chi ha preferito non ricordare tutta questa violenza ingiustificata. La VD ha ripercorso coi passi e col pensiero le orme dei nazisti in ritirata; qui di seguito le riflessioni degli alunni e le foto della visita.
Conoscere per ricordare
I luoghi che abbiamo visitato, dove si sono svolti dei massacri insensati e dettati soltanto da un sentimento di violenza totalmente fine a se stessa, sono purtroppo conosciuti e ricordati solo da chi, in quelle stragi, ha perduto persone care; perdita che, proprio per la sua insensatezza, risulta impossibile da accettare. Credo che sia importante invece che questi avvenimenti vengano portati alla conoscenza di una parte più ampia della popolazione, in particolar modo quella locale, per onorare la memoria delle vittime e delle loro famiglie, ma specialmente per comprendere che l’orrore della guerra è tutt’altro che lontano da noi e astratto, come spesso la relativa pace in cui viviamo ci porta a pensare. L’aver visto questi luoghi dal vivo, aver percorso gli stessi passi delle vittime e avere assistito anche a una testimonianza diretta di chi non potrà mai dimenticare quelle morti assurde, ha costituito un’esperienza che, oltre a essere importante per la conoscenza dei fatti storici, può anche far comprendere una realtà di sofferenza che ci riguarda molto da vicino.
Benedetta Bianchi
Perché è importante la memoria?
Che lo vogliamo o no la memoria agisce in noi, su di noi e il passato non è altro che una memoria “inconscia”, che corrisponde in buona parte alla nostra memoria collettiva ma di cui noi non siamo immediatamente consapevoli ed invece condiziona profondamente il nostro essere e la visione che abbiamo del mondo. Infatti cos’è la cultura se non memoria? Tutti viviamo in una determinata cultura che ci condiziona a prescindere dalla nostra volontà. E cosa ne sarebbe di quella cultura di cui noi siamo espressione se non ci fosse la consapevolezza per cui oggi siamo così come siamo? La consapevolezza della memoria è fondamentale in quanto ci permette di avere un pensiero critico verso il passato, verso il presente ma anche verso noi stessi, le nostre azioni e le nostre idee. L’incapacità dell’uomo di riallacciarsi alla memoria storica lo può condurre a ripetere gli errori del passato. La storia sono i “giganti” sui quali noi “nani” camminiamo. Primo Levi nella sua poesia “se questo è un uomo”, afferma che l’unica cura contro il male del mondo è il ricordo poiché da esso si può trarre insegnamento e può permettere all’uomo di provare a immaginare un futuro che gli permetta di elevarsi al di sopra dei suoi limiti.
Veronica Vallini
Testimonianza diretta sull’eccidio della Niccioleta
“Nel tardo pomeriggio del 13 giugno 1944 i prigionieri furono fatti uscire dal rifugio e obbligati ad incamminarsi verso Poggio a Piovano. In quel punto dei camions li stavano aspettando per condurli a Castelnuovo Val di Cecina, dove giunsero alle ore 01.00 del 16 giugno 1944. Gli uomini rimasero chiusi nel teatro del paese fino al tardo pomeriggio di quel giorno.”
Colui che riporta queste parole è Paolo Pezzino nel suo libro “Dal fascismo alla democrazia”, riprendendo alcuni documenti e testimonianze del periodo della Resistenza alla Niccioleta da archivi americani.
Le testimonianze sono di per sé realistiche e interessanti quando le leggiamo sui libri di storia, ma lo diventano ancora di più se raccontate a voce, come è successo, inaspettatamente, alla V^D il giorno 27/04/2011 durante una visita ai “luoghi delle stragi” presso la Niccioleta. Abbiamo visitato e ripercorso i luoghi dove i partigiani avvistarono, grazie a delle torri, i tedeschi che stavano arrivando; in paese una lastra di marmo incisa e affissa al muro ricorda i minatori del posto morti innocentemente e ingiustamente. La prof.ssa Mannari ci ha fatto da guida spiegandoci le varie vicende legate alla Niccioleta e proprio mentre la stavamo ascoltando avanzava verso di noi un’anziana signora, classe 1933: ella si avvicinava sempre di più sotto i nostri occhi incuriositi ed ha iniziato a raccontare la sua testimonianza che voleva esternare. Sotto i volti sbalorditi, tristi e attenti, Marcella –così si chiama- ha voluto farci conoscere la realtà della storia attraverso la sua testimonianza attendibile, autentica e quindi vera, una verità carica di rabbia e di dolore, perché la memoria in questi casi entra in gioco anche a distanza di 67 anni: i ricordi apparivano ancora lucidi e chiari, poiché all’interno di coloro che hanno visto con i loro occhi le stragi non esiste il verbo “dimenticare”. Marcella ci ha raccontato che proprio nel punto esatto dove ci trovavamo noi c’era una stanza fiancheggiata da un corridoio di lato. Il ricordo più volte da lei sottolineato è stato quello relativo alla presenza, allora, di un masso che sporgeva dal muro, tolto poi in tempi recenti: un ragazzo, arrivato nella stanza, vide i corpi ormai senza vita del padre e del fratello l’uno sopra l’altro in un lago di sangue; di fronte ai tedeschi che stavano per sparargli egli si appoggiò al masso e, ormai certo della sua imminente fine, chiese loro il motivo per cui lo ammazzavano, in quanto non capiva che cosa stesse succedendo, essendo innocente insieme alla sua famiglia: fu proprio in quel momento che la pallottola lo colpì, facendolo accasciare al suolo.
Le parole pronunciate dalla povera donna e le lacrime che attraversavano il viso ci hanno trasmesso tutta la sua voglia e volontà di far conoscere agli altri ciò che è avvenuto e che non hanno visto e abbiamo percepito tutta la sua rabbia interiore derivata dalla ferocia dei tedeschi e dal fatto che le persone siano tutt’oggi ignare di ciò che di grande e grave è accaduto in questo paesino di 200 persone, 500 all’epoca dei fatti. Se all’inizio non ci eravamo del tutto resi conto di ciò che è stato, grazie all’intervento –fuori programma- della signora Marcella tutto si è fatto più chiaro e presente, è stato come rivivere la stessa scena nel momento stesso in cui essa veniva raccontata, ma in un’epoca del tutto diversa. Infine la testimonianza di Marcella ci è stata utile per fare il confronto con quelle che troviamo riportate sui libri e per dedurre che la testimonianza diretta di un testimone oculare del posto raccontata dal vivo ha un effetto e un impatto molto forte sugli ascoltatori, in quanto non solo si ascolta, ma si “vede” anche, riuscendo a captare e a “condividere” le stesse emozioni intense vissute da chi tramanda la testimonianza.
Noemi Nanni
14 Giugno 1944: eccidio di Niccioleta
Se ci soffermiamo solo un attimo in più sulla data ci accorgiamo, o meglio, ci rendiamo conto come essa non sia così lontana dai giorni nostri e come possa ancora essere impressa nella mente di coloro che hanno vissuto direttamente la strage e che ancora oggi vivono in quel paese. Ancora oggi sono presenti i luoghi nei quali è avvenuto il massacro diventati oramai luoghi sacri dediti alla memoria di coloro che hanno subito l’eccidio, coloro che potevano ancora essere tra noi e vivere una normale vita da abitante di Niccioleta. E’ stato proprio questo ad avermi scosso, e personalmente penso che se non fossi mai venuta di persona nei luoghi degli eccidi, probabilmente non mi sarei mai accorta di quanto non sia avvenuto in un tempo così lontano. Ciò è stato sicuramente sottolineato dalla diretta testimonianza di una signora di Niccioleta che, quel 14 Giugno, ha assistito personalmente alla morte di sei minatori il cui ricordo rimane ancora impresso nella sua mente, non solo quello della strage, bensì dei minatori stessi descrivendo ancora ora caratteristiche fisiche e riguardanti la personalità come se ancora oggi vivessero tra di noi.
Beatrice Farinola
Spesso quando ci capita di leggere cifre e dati di fatto su tragici eventi, non diamo il giusto peso e la giusta considerazione a ciò che leggiamo; ci limitiamo ad immaginare, ad imprimere nella nostra mente solo una vaga idea di ciò che è accaduto.
Infatti, leggere e sentirsi raccontare che 83 minatori sono stati fucilati e successivamente visitare in prima persona i luoghi della strage ha un effetto ben diverso.
Inoltre ha creato un fortissimo impatto emotivo la testimonianza diretta di persone che, a distanza di anni, hanno ancora impresso un indelebile ricordo degli eventi e, nel raccontarlo, sono ancora commosse.
Un’atrocità ingiustificata ed immotivata è quella capitata agli onesti lavoratori della miniera, i quali non lavoravano altro che per ricavare quel poco di pane sufficiente a sfamare la famiglia e, una volta intuita la fine che li attendeva, hanno preferito sacrificare le proprie vite per evitare future ritorsioni e rappresaglie verso mogli e figli.
E’ doveroso ricordare anche la situazione delle vedove e dei giovani orfani, una volta rimasti senza aiuti economici né un posto dove tornare a vivere: i parenti delle donne, infatti, spesso hanno voltato loro le spalle lasciandole sole con il loro dolore e il duro fardello di allevare i figli.
Molti degli orfani hanno vissuto in orfanotrofio proprio a causa delle difficoltà incontrate dalle loro madri.
Kety Tomati
Le Stragi Dimenticate
Di questa esperienza vorrei sottolineare l’inutilità della violenza verso le persone comuni che non stavano combattendo la guerra e si trovavano nel loro paese, essi non erano tutti partigiani. Inoltre queste inutili stragi sono state commesse poco prima della liberazione e quasi dimenticate per tanti anni, sono state ricordate con monumenti commemorativi solamente pochi anni fa, questo è accaduto forse a causa della festa per la fine della guerra, qui ha prevalso la felicità, senza ricordare le vittime innocenti che i nazisti in fuga dall’Italia a causa della sconfitta nella guerra hanno ucciso senza alcun motivo.
Matteo Piazza
Come si è fatto a dimenticare?
La morte di centinaia di persone non si può dimenticare, eppure è successo a Niccioleta e a Castelnuovo Val di Cecina.
In questi luoghi, nel giugno del 1944, pochi giorni prima della Liberazione, dei gruppi nazifascisti rastrellano circa 160 persone e ne uccidono 83, ma ancora oggi nessuno ne sa niente e anche gli stessi paesani hanno preferito non ricordare quelle terribili stragi. E’ vero che il ricordo è dolore, ma è anche vero che il non ricordare una persona cara è come ucciderla due volte.
Per molti anni a Niccioleta e a Castelnuovo Val di Cecina non è stato eretto nessun monumento che ricordasse le vittime del triste evento. Solo tra il 2004 e il 2006 si ha la costruzione di cippi commemorativi e percorsi della memoria in ricordo delle stragi.
Un caso eccezionale è Guardistallo che, anche se subito l’anno seguente al massacro, cioè nel 1945, ha edificato un monumento, è bene ricordare che, per tanti anni, i parenti delle vittime non hanno voluto condividere le iniziative commemorative organizzate dalle istituzioni.
Questa scelta, seppur soggettiva, può essere non condivisibile perché la costruzione di un monumento è importante sia per conservare la memoria storica e sia per avviare una difficile ma giusta rielaborazione del lutto e del dolore che hanno sicuramente stravolto la vita dei sopravvissuti i quali non sono stati in grado di superarlo fino in fondo, anzi molti di loro serbano ancora oggi rancore verso gli stessi compaesani.
Deborah Sacchetti
Sulla strage di Guardistallo
Dalle stragi avvenute nelle zone circostanti Cecina emerge come spesso la crudeltà umana non ha limite. Sembra quasi che i nazisti abbiano agito per un semplice gusto per la violenza, si tratta infatti di stragi inutili ai fini della guerra, in quanto a distanza di pochi giorni la zona sarebbe stata liberata dalle forze alleate. Durante le stragi non sono stati uccisi soltanto partigiani o soldati, ma anche semplici civili, uomini, donne e ragazzi, i quali non avevano mai avuto nulla a che vedere con la guerra. Tra i vari episodi mi ha maggiormente colpito quello di Guardistallo, per le modalità in cui i nazisti hanno spietatamente ucciso persone innocenti che fino a poco tempo prima li avevano ospitati nelle loro case dando loro anche da mangiare. Il massacro di Guardistallo può essere visto come una sorta di rito, in quanto tutto è stato eseguito nello stesso modo in tutti i diversi poderi. Questa strage è secondo me una delle massime dimostrazioni della crudeltà di uomini che hanno praticato violenza contro i propri simili nei modi più inumani, lasciando spesso le proprie vittime a soffrire anche per giorni prima di ucciderle definitivamente.
Papadia Ludovica
Crudeltà: Un uragano che spazza via la razionalità
Armida Cini: 11 anni, bambina fucilata per pura atrocità.
Vorrei sottolineare ed evidenziare ancor di più l’atrocità e la bestialità di questi carnefici che sicuramente non possono essere considerati uomini, perchè queste sono solamente bestie.
I nazisti sono stati assaliti da una violenta voglia di uccidere cosi “gratuitamente” ed infatti dopo aver ferito questa povera ed innocente bambina di 11 anni ,sono ritornati indietro per “finirla” definitivamente. Questo ci fa capire come quegli anni siano stati, per le migliaia di famiglie coinvolte nelle numerosissime stragi del centro e nord Italia, difficili da superare.
Federico Rocchi
Come si fa a giustificare questi atti di inumanità?
In un tempo in cui il revisionismo storico mira a riscrivere la storia della liberazione italiana, dando ugual colpa ai fascisti come ai partigiani dei crimini compiuti durante la guerra civile, in questo contesto quasi da “1984”, occorre ricordare ciò che concretamente è stato, a cominciare dai nostri posti, i posti in cui siamo cresciuti e che forse ci risulta difficile credere al centro della crudeltà nazi-fascista. Il saperlo accaduto vicino a noi ci ha aperto gli occhi, non tanto sulle numerose morti che la guerra ha causato, quanto sulla modalità in cui tante persone innocenti sono state brutalmente massacrate: uomini, donne, bambini, vecchi, uccisi quasi per gioco dai nazisti, dei quali colpisce l’indifferenza, l’inumanità di fronte all’uccidere. Forse si sentivano onnipotenti a spargere morte e dolore. Io dico solo che non possono essere chiamati uomini e nemmeno bestie, perché nemmeno la bestia uccide per divertimento. E che dire dei fascisti italiani, che tale violenza favorivano e incitavano?
A coloro i quali, oggi, per giustificare la propria posizione politica, vogliono “far luce sulle colpe del passato”, ovvero rimaneggiarlo a proprio piacere, consiglio di ascoltare le testimonianze di chi questi fatti li ha visti e vissuti di persona e mai dimenticati, e se nemmeno questo smuoverà qualcosa in loro, allora nemmeno loro meritano di essere chiamati uomini.